Eccovi tre interessanti articoli per riflettere e per ravvivare la discussione.
Buona lettura :)
Caso Welby e "vuoto normativo"
Quel confine oscurato dalla banalità del male
di Eugenia Roccella
Se i risultati dell'autopsia confermeranno l'ipotesi di morte per arresto cardio-circolatorio, la Procura di Roma potrebbe archiviare l'indagine su Welby: il caso rientrerebbe infatti nei limiti previsti dalla legge italiana. Tutta l'eco mediatica e l'urgenza politica attribuite alla vicenda si dimostrerebbero dunque superflue: nessun vuoto legislativo, né norme crudeli e inesorabili che inchiodano un malato alla cura coatta. Come abbiamo ripetuto cento volte, il paziente ha, in qualunque momento, il diritto di rifiutare una terapia, anche se questo crea dilemmi etici laceranti. La sedazione, quando non abbia lo scopo di uccidere ma di evitare la sofferenza, è perfettamente legittima, e la dottrina cattolica la ammette da tempo.
Un simile esito della vicenda svelerebbe la natura esclusivamente ideologica e politica della campagna radicale: se avessero avuto a cuore solo il dolore di Piergiorgio Welby, i suoi compagni avrebbero potuto far intervenire il dottor Riccio fin dall'inizio, staccando, senza rischio di finire in galera, il tubo che permetteva al malato di respirare, e garantendo al loro amico almeno il sollievo dell'intimità.
Per la magistratura le cose saranno presto chiare, ma per l'opinione pubblica molto meno. È stata o non è stata eutanasia? E dove si situa il confine che divide la libertà di cura dal diritto a una "morte opportuna", come l'ha definita Welby? Per il giudice e il medico, la questione è tecnica: bisogna stabilire se la morte è avvenuta a causa della sedazione o per il semplice abbandono della terapia vitale; insomma, se la dose di analgesico somministrata al paziente è stata volutamente letale. Solo dalle prove materiali, le uniche che hanno accesso in un'aula di tribunale, si possono accertare le intenzioni. Perché è l'intenzione il sottile discrimine tra l'eutanasia e la volontà di interrompere la cura o alleviare il dolore, così come è sempre l'intenzione che determina la gravità penale di un delitto: la legge infatti distingue tra omicidio colposo, doloso, o preterintenzionale. È evidente a chiunque che dare un pugno per uccidere non è come farlo solo per colpire, cedendo a uno scatto di rabbia; e prescrivere sonniferi per indurre il sonno è ben diverso dal fornirli per procurare la morte.
Ieri però Renato Mannheimer notava, sul Corriere della Sera, come la distinzione tra eutanasia e sospensione di un trattamento sia "di difficile comprensione per la maggioranza dei cittadini, tra cui prevale l'idea che si tratti sostanzialmente della stessa cosa". Infatti il termine "staccare la spina", che indica l'interruzione di una terapia, ha acquisito nel linguaggio comune il significato del gesto che dà la morte. Questa sovrapposizione spiega perché dai sondaggi emergano buone percentuali di consenso per l'introduzione di una legge sull'eutanasia. L'attenta regia radicale ha incanalato la battaglia su un doppio binario, alimentando la confusione: da una parte la rivendicazione del diritto a morire, e la richiesta esplicita di una "sedazione terminale" da parte di Welby; dall'altra un finale mantenuto sul filo della legge, una scelta medica minuziosamente calibrata (va notato che le richieste del paziente sulle modalità della fine non sono state esaudite), dichiarazioni normalizzanti del medico.
L'ingresso della tecnoscienza nella nostra quotidianità rende meno chiari i confini tra la vita e la morte, oscura le certezze del senso comune, e crea una pericolosa frattura tra il sapere medio e la possibilità di esprimere un giudizio autonomo. Illuminare le coscienze, oggi, vuol dire prima di tutto diffondere le conoscenze, dissipare la confusione, fare una paziente opera di chiarezza; se non facciamo questo, rischiamo di essere velocemente sommersi dalla banalità del male.
(Editoriale del quotidiano Avvenire di Giovedi 28/12/2006)
Quando si accetta che ci siano vite meno nobili di altre
In un crinale di civiltà tra individualismo e solidarietà
di Carlo Cardia
Mentre è giunta a termine la vicenda umana, drammatica e ricca di implicazioni, di Piergiorgio Welby, si può tornare a riflettere sulla sostanza di questioni cruciali.
I problemi del dolore e dell'afflizione esistono, possono crescere con l'allungamento della vita, con la solitudine che spesso accompagna le sue fasi finali. Questa realtà è stata utilizzata per chiedere che la legge preveda le condizioni per interrompere il flusso della vita. Ma tutti noi possiamo rovesciare la visuale e la logica di questa utilizzazione, perché c'è un'altra domanda, esattamente contraria, che si deve porre. Cosa si può fare per lenire il dolore, per mitigare l'afflizione e la solitudine, per incoraggiare ciascuno ad affrontare i momenti, o le fasi conclusive del suo cammino?
Può sembrare che la politica e la legge c'entrino poco con questi problemi. Un affetto non si sostituisce, la solitudine non si riempie a comando, il significato dell'esistenza non lo si impone dall'esterno. Eppure, quante cose potrebbero farsi per rispondere alle tante domande delle famiglie, e degli individui, che si trovano in condizioni difficili. Cominciando col diffondere, e con l'attivare, quei centri per la cura del dolore che sono necessari nei momenti finali, e in tante situazioni di difficoltà e di abbandono. Incoraggiando i medici a definire il concetto di accanimento terapeutico. E poi, affrontando senza finzioni il problema della solitudine, che è l'anticamera delle pulsioni di morte presenti in una società apparentemente e chiassosamente felice come la nostra.
Esistono organizzazioni, di matrice religiosa e volontaria, che assistono persone incapaci di autonomia, sofferenti, dando alle loro vite quel senso e quella dignità che altri vorrebbero negare. Perché non potenziarle, sostenerle, chiamarle insieme alle strutture pubbliche ad affrontare i casi difficili dei malati più gravi, offrendo così una risposta positiva alle domande sulla vita e sulla morte? Questa azione concreta, che già tanti svolgono con abnegazione e profonda convinzione, darebbe corpo e sostanza ai sentimenti di solidarietà e di vicinanza che sentiamo verso chi soffre o è in grande difficoltà
Di tutto ciò non si vuole parlare. Mentre invece si parla di aiutare le persone a morire, ad essere assistite nel suicidio, di poter disporre della vita e della morte, come fosse un diritto da rivendicare. Solo l'individuo può decidere in qualunque momento se la sua vita è degna di essere vissuta, o di porle termine: questo lo slogan che ha prevalso. No, questo non lo si può accettare, proprio in nome della dignità dell'uomo. Questo, lo si deve dire sinceramente, è il vero spartiacque che ha diviso in questi giorni due culture. Non si cerchi di stabilire per legge qual è la vita degna di essere vissuta, perché si aprirebbe una strada senza ritorno. Tutto cadrebbe nell'oblio, non ci si occuperebbe più dei malati terminali, perché a quel punto essi (o i loro familiari) sapranno come por fine alla loro esistenza, e dunque non potranno chiedere nient'altro alla società. Questa resterà sorda alle richieste di aiuto, pensando di essersi liberata del problema.
La prospettiva umana (e cristiana) è un'altra. È quella di ritenere che tutte le vite sono piene di dignità, sono preziose, come fondamentale e prezioso è il dovere di alleviare le sofferenze con i mezzi crescenti che la scienza mette a disposizione. Tutte le vite hanno eguale valore, e danno ancor più senso alla vita di coloro che le aiutano, le sostengono, le incoraggiano. Non superiamo questa soglia, perché se la oltrepassiamo tutto diventa facile per lo Stato che non deve fare più nulla, ma ogni cosa si fa più difficile per chi soffre, perché avrà davanti a sé la triste alternativa di restare solo o di cedere all'abbandono della vita. Riflettiamo su questo aspetto centrale della questione, perché siamo di fronte ad un crinale di civiltà tra individualismo e solidarietà, abbandono e sostegno, tra il senso e il nulla.
Se si sceglie il principio dell'eguale dignità per tutte le vite, la politica ha molto da fare, la società può attrezzarsi e agire per aiutare davvero chi soffre, offrirgli la possibilità di rimanere se stesso, mettergli a disposizione un vero sostegno scientifico e umano. Su questa strada si scoprirebbe che è possibile giungere a soluzioni condivise, come è stato autorevolmente proposto e auspicato.
(da Editoriali di Avvenire di Mercoledi 27/12/2006)
Reportage:
È uno dei 111 centri per le cure palliative aperti negli ultimi anni: l'Hospice di Forlimpopoli è una piccola-grande -*test*-('")imonianza della possibilità di lenire il dolore e vivere con dignità ogni istante. Fino all'ultimo.
Nella casa della vita
Dal Nostro Inviato a Forlimpopoli (Forlì)
Giorgio Paolucci
Nel linguaggio ovattato della medicina lo chiamano "trattamento dei sintomi e delle fasi critiche di malattia non gestibili a domicilio". Nella pratica, chi è ricoverato qui fa i conti da tempo con la sofferenza, spesso con mali inguaribili, a volte con la morte che fa capolino dietro l'orizzonte estremo della vita. L'Hospice Valerio Grassi di Forlimpopoli fa parte dell'Unità sanitaria di Forlì. Inaugurato nel 2002, è uno dei 111 centri per le cure palliative aperti negli ultimi anni in Italia, e che continuano a nascere per dare sollievo ai malati e ai loro cari. Quarto piano del piccolo ospedale romagnolo, sette stanze singole e due doppie che si affacciano su un corridoio ingentilito dalle riproduzioni di quadri di Chagall, Matisse, Friedrich. Situazioni pesanti dal punto di vista clinico, ma si avverte un clima di positività che finisce per contagiare chiunque entri qui. Siamo in un reparto d'ospedale, ma si respira aria di casa. Sguardi lieti, cura dei particolari. In quattro anni sono passate di qui mille persone, per molti è stato il capolinea della vita. Un capolinea a cui si arriva portando in corpo, oltre alla sofferenza fisica, la disperazione, la rabbia, ma anche l'irrinunciabile speranza che si possa arrivare ancora un po' più in là. E magari, guarire. Racconta il dottor Marco Maltoni, direttore del centro: "Prestiamo tutte le cure mediche del caso: terapia del dolore e dei diversi sintomi, ma soprattutto un approccio globale alla malattia, fatto di attenzione ai bisogni fisici e alle esigenze psicologiche, relazionali, affettive, fino a quelle spirituali. La sofferenza non viene medicalizzata, ma affrontata in una dimensione esistenziale. Il malato è anzitutto una persona, e ogni istante ha un valore infinito. Qui si accompagna alla vita, non alla morte, anche se la morte è un esito che molti hanno davanti agli occhi. E che può terrorizzare".
L'esperienza del dolore già provato, la paura di quello futuro, il terrore di finire la propria esistenza annichiliti dalla sofferenza, la preoccupazione per la qualità della vita che resta da vivere, la disperazione e la solitudine: situazioni oggettive e stati d'animo che possono far nascere la tentazione dell'eutanasia. "Ma in quattro anni nessuno dei mille pazienti che è passato di qui l'ha mai chiesta - racconta Maltoni -. La polemica in corso sulla cosiddetta buona morte è in gran parte figlia di una strumentalizzazione ideologica e politica, e i casi singoli vengono usati per far passare principi generali che modifichino in maniera radicale l'approccio alle malattie terminali".
L'hospice di Forlimpopoli è un piccolo gioiello di efficienza e di accoglienza. Per assistere 11 pazienti ci sono 2 medici, 8 infermiere e 6 operatori sociosanitari: un rapporto che permette di tenere alta la qualità delle cure. Finanziamenti pubblici sono arrivati prima dal ministro Bindi, poi da Sirchia: riconoscimenti bipartisan per un lavoro che raccoglie consensi in tutta la zona, e che viene sostenuto anche da istituzioni private come l'Istituto oncologico romagnolo, l'Associazione Amici dell'hospice, associazioni imprenditoriali e singole aziende. Non una cattedrale nel deserto, come rischiano di essere strutture analoghe nel nostro Paese, ma il punto di riferimento di una rete territoriale che coinvolge ospedali ed esperienze di assistenza domiciliare.
I parenti non sono un peso da sopportare ma una risorsa da valorizzare, partner preziosi di un lavoro teso a valorizzare tutto ciò che può rendere più dignitosa l'esistenza, in qualsiasi condizione di salute. Osservando le dinamiche che si creano e si consolidano nel reparto, s'intuisce che c'è un gioco di sponda tra personale sanitario da una parte e familiari dei pazienti dall'altra. E le numerose e commoventi at-*test*-('")azioni di stima contenute nei registri dove ciascuno può annotare esperienze e sensazioni maturate stando qui dentro, ne sono un'eloquente -*test*-('")imonianza (vedere altro articolo nella pagina).
In un libro scritto insieme al neonatologo Carlo Bellieni - "La morte dell'eutanasia" (Società editrice fiorentina) - Maltoni scrive che "la dignità del malato è nell'occhio del curante. È fondamentale l'approccio che noi medici abbiamo con i pazienti. Per loro c'è molta differenza tra l'essere identificati con la patologia (come a volte si dice tra colleghi: "è un cancro del colon") o addirittura con l'organo malato ("è una mammella", "è un polmone"), e il veder emergere la loro identità umana, il loro patrimonio di interessi e di passioni, la loro figura di padri, mariti, nonni, in relazione con gli affetti profondi della vita". È quella che lo psichiatra canadese Chochinow ha chiamato dignity therapy, e si basa su un intervento individualizzato di tipo psicoterapeutico, che consiste nel far emergere dal paziente gli elementi di preoccupazione legati alla malattia e insieme le possibilità pratiche di conservare la "consistenza" personale, in sintesi tutto ciò che ridà dignità e significato al vivere. Quando la morte fa capolino all'orizzonte, ci si interroga come mai era capitato prima sul significato della vita. E se si ha la fortuna di incontrare tipi umani come Maltoni, come i suoi collaboratori, come don Nino, l'anziano e solido cappellano dell'ospedale, anche questa diventa una stagione dell'esistenza da guardare in faccia, non una maledizione. Mettete tutto questo insieme, e capirete perché qui si respira aria di casa. E forse capirete perché il 20 per cento dei pazienti oncologici olandesi richiede l'eutanasia, mentre i malati terminali che venivano assistiti da Teresa di Calcutta raccontavano di "sentirsi amati come figli e trattati come re".
(Tratto da Primo Piano di Avvenire, Giovedi 28/12/2006)